Seduta al tavolino di un bar in centro, con delle calze viola da stupida e una quantità imbarazzante di borse e borsette sotto la sedia, mangio una ciotola di frutta.
La gente intorno mi sorride e io mi chiedo quale faccia buffa faccio per meritare di vedere così tanti denti.
Di fronte a me una coppia ha attirato la mia attenzione. Ho addirittura spostato il pc in modo da poterli osservare senza che loro sentano i miei occhi addosso.
Lui ha un'età indefinita tra i 65 e i 75 anni, romano borghese, probabilmente ex professionista in pensione, con abiti un poco fuori moda ma di buon taglio e la fede della moglie, secondo me morta, ancora al dito.
Lei è meno vecchia, avrà 50 anni, ma forse è una di quelle quarantenni alle quali la vita ha dato o tolto tutto troppo in fretta. E' certamente est europea, ha i denti d'oro, vestiti di scarsa qualità, un viso da topina e il corpo di chi ha sempre mangiato troppo poco.
Divora un dolce gigante, e beve a grandi sorsi un cappuccino. Mi da la sensazione di essere affamata, mangia e sorride.
Ma sorride al dolce non a lui.
Parlano di normalità, con lunghi silenzi.
Lei finisce il dolce, lui le chiede se ne vuole un'altro, lei dice si.
Arriva un enorme dolce pannoso e lei come una bambina ci immerge le dita e poi lo addenta.
Ride come una bambina mettendo in mostra tanti denti d'oro quanto povera dovrà esser stata la sua vita.
Lui si ferma, la guarda, sorride.
Dice: “Sei Felice?”
Lei risponde: “Forse”
E in questo scambio tutto un mondo, tanto che a me mi ci vien da piangere.
E sti cazzi se sono una coppia d'amanti, se sono amici,.se sono marito e moglie o se lui è un porco e lei una vecchia puttana.
A me frega niente.
Lei sorride, anche se solo per un attimo.
E ora sorride a me, senza sapere che sto scrivendo di lei.
La loro merenda è finita.
Lui chiede il conto e lei impila i piatti con un gesto naturale che mostra abitudini antiche.
Vanno via, non si toccano ma camminano con passo uguale.
Io resto qui a scrivere e aspettare.
domenica 8 novembre 2009
lunedì 2 novembre 2009
primo giorno d.L. (dopo Lucca)
Con io micropc poggiato sulla pancia, le finestre di msn aperte, le gambe che pulsano e la testa stanca.
Eccomi al ritorno dalla mia seconda Lucca Comics.
Stancante come la prima, meno emozionante, più produttiva.
Lucca è lo struscio della domenica sera, in un piccolo centro da cinquemila anime,dove tutti conoscono tutti.
Se parli con una persona del settore mai vista prima, per la legge dei sette gradi di separazione, probabilmente è amica di qualcuno con cui hai trombato.
Il che rende ogni conoscenza un'esperienza più unica che rara.
Resta che a parte i sorrisi di circostanza e le strette di mano professionali, a parte la scelta del look giusto al momento giusto, io mi sento sempre allegramente fuori da quel mondo che mi assorbe.
Quindi svuoto la valigia e metto a lavare panni sporchi,nuovi incarichi, amicizie da ristrutturare e modernariato di valore, sentimenti poco espressi, e dolori che vengono fuori senza che io possa contenerli.
Ho sorriso meno dello scorso anno ma sono stata più felice.
Perchè per me a Lucca c'era un po' di calore e non solo quello del sole.
Eccomi al ritorno dalla mia seconda Lucca Comics.
Stancante come la prima, meno emozionante, più produttiva.
Lucca è lo struscio della domenica sera, in un piccolo centro da cinquemila anime,dove tutti conoscono tutti.
Se parli con una persona del settore mai vista prima, per la legge dei sette gradi di separazione, probabilmente è amica di qualcuno con cui hai trombato.
Il che rende ogni conoscenza un'esperienza più unica che rara.
Resta che a parte i sorrisi di circostanza e le strette di mano professionali, a parte la scelta del look giusto al momento giusto, io mi sento sempre allegramente fuori da quel mondo che mi assorbe.
Quindi svuoto la valigia e metto a lavare panni sporchi,nuovi incarichi, amicizie da ristrutturare e modernariato di valore, sentimenti poco espressi, e dolori che vengono fuori senza che io possa contenerli.
Ho sorriso meno dello scorso anno ma sono stata più felice.
Perchè per me a Lucca c'era un po' di calore e non solo quello del sole.
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venerdì 16 ottobre 2009
silenzio

Uscendo da Tokyo, seduta al secondo piano di un autobus diretto a Kyoto, ho visto per la prima volta la città che tutti gli altri sembravano vedere.
Shinjuku era come nelle foto dei miei amici, come nei servizi televisivi, quelli con la colonna sonora dei Pizzicato Five, come tutti disegnavano la magnifica capitale del paese del Sol Levante.
Vedevo ennormi insegne luminose e centinaia di giovani orientali con i capelli biondissimi e cotonati.
Ma non ne sentivo il rumore.
Niente palline del pachinko, niente commesse che attirano i clienti con voce squillante, niente video musicali a tutto volume.
E adesso che non sono più lì penso che sia stato proprio il rumore a sfinirmi nei mesi Tokiesi.
Ho da sempre paura dei rumori. Sono una di quelle che davanti a un incidente non chiude gli occhi ma si tappa le orecchie. Da sempre mi viene da piangere se qualcuno vicino a me grida e ancora adesso dopo anni mi innervosisce profondamente il solo pensiero del russare di qualcuno che ho amato.
E' come se per me il dolore risiedesse nel rumore.
Da quel pullman è iniziato il mio viaggio alla ricerca del silenzio, in una delle città più belle del mondo, nella speranza di scovare in poco tempo quella magia che tanto ho cercanto, per riuscire ad avere ossigeno abbastanza da aver voglia di ritornare alla mia solita ma sempre diversa vita.
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mercoledì 7 ottobre 2009
mancanza

Sono stati necessari un paio di giorni di decompressione per riuscire a buttare giù questo post.
Prima di tornare in Italia mi chiedevo cosa mi sarebbe mancato del paese del sol levante e cosa no, ma non riuscivo a risalire a una risposta sensata.
Detestavo l'odore di brodo di pesce fin dalle prime ore del mattino, le file per entrare in metro, il bip fastidioso delle macchinette automatiche per l'acquisto dei biglietti.
Detesterò per sempre "irasshaimase", il benvenuto che sa di mercato urlato da stupide commesse con vocine squillanti.
Detestavo i palazzi e i neon, l'assenza di silenzio e l'indifferenza, il sentirmi sempre diversa ma ugualmente ignorata.
E ora vorrei pranzare a scuola con il kareudon, prendere il bento dallo zozzone che fa lo sconto di 50 yen, sentire il legno sulle labbra invece del metallo freddo.
E mi mancano le corse in bici, le mattine assonnate con le amiche, i musi e i sorrisi, le domeniche in cerca di cose nuove da fare, gli amici alcolizzati, la stanchezza dell'aver parlato 4 lingue per tutto il giorno.
Sono scappata in preda all'agitazione, ero stanca e stressata, forse pure un poco delusa.
Ma ora del Giappone mi manca tanto.
Ora mi manca un nuovo sogno al quale aggrapparmi.
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