Denti lievemente asimmetrici, di un sorriso bianco candido
Occhi tristi nel contenuto e nella forma, persi.
Ricci scuri, scomposti, che toccano una fronte di pelle liscia, mora.
Spalle ampie, una nuca scoperta, i muscoli di chi fa.
Attimi di amore.
La cosa più strana del mondo è scoprirmi sempre innamorata.i parti e quasi mai del tutto.
Amare momenti, odori, volti.
Amare caviglie, capelli.
Pezzi di un collage sentimentale che se appartenessero a un solo essere sarebbero un’esplosione di inverosimile.
Ho tanto ragionato sulla possibilità di poter amare più persone e, nei fatti, lo faccio in questa spinta emotiva nei confronti di quelle poche persone che colpiscono il mio immaginario e entrano sotto le costole.
Ma la verità è che riesco a farmi amare da una persona soltanto alla volta.
Quando qualcuno mi ama, davvero, mi chiudo dentro quell’amore, e divento repellente ad altre forme, ad altri sentimenti, alla dolcezza di altra pelle.
Sono un monoaffettiva in ricezione e una poliamorica nell’esternazione.
che oggetto strano questo mio cuore.
mercoledì 22 giugno 2016
lunedì 20 giugno 2016
cmd +v
un caffè, quasi freddo, dolce come il caramello. Un tavolo bianco. Caviglie leccate. Cielo azzurro chiaro. Solo il fischio del treno, simbolo di un viaggio infinito.
Quando ho aperto questo blog, anni fa, forse 10, ero giovane, sognatrice, sconosciuta. Ero alla scoperta della vita, in ogni singola sfaccettatura.
Ora che riapro questo blog, dopo forse 10 anni,sono meno giovane, più sognatrice e meno invisibile di un tempo. E divoro la vita, in ogni singola sfaccettatura.
Che la comunicazione è parte sofferta della mia esistenza, un bisogno compulsivo, l'unica fame reale che sento, che mi contorce lo stomaco e mi strappa brandelli minuscoli di cuore. Ogni giorno.
Mi sono fermata per anni, con la scrittura. Ho esplorato i suoni, le immagini, ho comunicato con i respiri, con le mani, con le unghie. E sono tornata qui, perché senza parole la vita non esiste, perché il linguaggio è linfa vitale.
Da alcuni mesi ho riattivato chiavi comunicative molto potenti, con gente che è arrivata a sorpresa e con gente che andava ripresa.
Ho ricordato chi sono, un'osservatrice di ombelichi che vuole entrare e capire le altrui anime.
Sono una voyeur delle emozioni. Mi eccita vedere quello che è invisibile ad altri, dare dolcetti agli altrui mostri, che come i miei sono orribili e docili insieme.
Mi innamoro di quei mostri ogni giorno, appena li scorgo in un lampo negli occhi altrui.
Se non capissi così in profondo l'intimità altrui, forse, sarei anche capace di scrivere degli uomini e delle donne che mi circondano, delle loro vite smodate, forzate a volte abusate e così straordinariamente profonde, così potenti e stordenti. Che si sa che io scrivo solo di quello che so, e certe volte, con qualcuno, so semplicemente troppo, in troppo poco tempo.
E anche quello e abuso, entrare dentro l'anima di qualcuno che l'anima non te l'ha aperta, gironzolare nelle stanze del cuore altrui cercando di non spostare nessun oggetto, cercando di lasciare tutto al proprio posto, di essere invisibile e inconsistente, provare a uscirne senza portare via niente, perché lo so che chi entra, nei fatti, qualcosa lo porta via sempre.
E sfortunatamente nella vita un cmd+ c cmd+ v non esiste, che se sposti qualcosa mai più sarà allo stesso posto.
E imparare a non essere uragano, imparare a danzare in punta di piedi nella vita altrui è ciò che più profondamente anelo.
Mi dicono che i blog sono morti. E forse è vero.
Ma io no.
E qui dentro c'è la parte più vera di me.
Quando ho aperto questo blog, anni fa, forse 10, ero giovane, sognatrice, sconosciuta. Ero alla scoperta della vita, in ogni singola sfaccettatura.
Ora che riapro questo blog, dopo forse 10 anni,sono meno giovane, più sognatrice e meno invisibile di un tempo. E divoro la vita, in ogni singola sfaccettatura.
Che la comunicazione è parte sofferta della mia esistenza, un bisogno compulsivo, l'unica fame reale che sento, che mi contorce lo stomaco e mi strappa brandelli minuscoli di cuore. Ogni giorno.
Mi sono fermata per anni, con la scrittura. Ho esplorato i suoni, le immagini, ho comunicato con i respiri, con le mani, con le unghie. E sono tornata qui, perché senza parole la vita non esiste, perché il linguaggio è linfa vitale.
Da alcuni mesi ho riattivato chiavi comunicative molto potenti, con gente che è arrivata a sorpresa e con gente che andava ripresa.
Ho ricordato chi sono, un'osservatrice di ombelichi che vuole entrare e capire le altrui anime.
Sono una voyeur delle emozioni. Mi eccita vedere quello che è invisibile ad altri, dare dolcetti agli altrui mostri, che come i miei sono orribili e docili insieme.
Mi innamoro di quei mostri ogni giorno, appena li scorgo in un lampo negli occhi altrui.
Se non capissi così in profondo l'intimità altrui, forse, sarei anche capace di scrivere degli uomini e delle donne che mi circondano, delle loro vite smodate, forzate a volte abusate e così straordinariamente profonde, così potenti e stordenti. Che si sa che io scrivo solo di quello che so, e certe volte, con qualcuno, so semplicemente troppo, in troppo poco tempo.
E anche quello e abuso, entrare dentro l'anima di qualcuno che l'anima non te l'ha aperta, gironzolare nelle stanze del cuore altrui cercando di non spostare nessun oggetto, cercando di lasciare tutto al proprio posto, di essere invisibile e inconsistente, provare a uscirne senza portare via niente, perché lo so che chi entra, nei fatti, qualcosa lo porta via sempre.
E sfortunatamente nella vita un cmd+ c cmd+ v non esiste, che se sposti qualcosa mai più sarà allo stesso posto.
E imparare a non essere uragano, imparare a danzare in punta di piedi nella vita altrui è ciò che più profondamente anelo.
Mi dicono che i blog sono morti. E forse è vero.
Ma io no.
E qui dentro c'è la parte più vera di me.
sabato 21 dicembre 2013
down the way
Palazzi antichi, portoni pesanti con volte in rilievo, passi imprecisi sul suolo rattoppato.
Dietro un angolo, di questo centro del lusso delle cose piccole, il sole. Negli occhi, in faccia, tepore su mani gelide. Sfilo la grossa sciarpa rossa, la lego alla borsa con una lentezza che non mi appartiene, allento il collo del cappotto, mi volto, tiro su i capelli. E mi lascio baciare, proprio lì dove amo sentire le labbra e la lingua a fior di pelle. Lascio che la carezza tiepida di questo sole romano di fine dicembre mi sfiori ancora un attimo. Lo amo e mi lascio pazientemente amare. La musica giusta viene a tenerci compagnia in questo momento intimo. Io, lei, Roma.
Dietro un angolo, di questo centro del lusso delle cose piccole, il sole. Negli occhi, in faccia, tepore su mani gelide. Sfilo la grossa sciarpa rossa, la lego alla borsa con una lentezza che non mi appartiene, allento il collo del cappotto, mi volto, tiro su i capelli. E mi lascio baciare, proprio lì dove amo sentire le labbra e la lingua a fior di pelle. Lascio che la carezza tiepida di questo sole romano di fine dicembre mi sfiori ancora un attimo. Lo amo e mi lascio pazientemente amare. La musica giusta viene a tenerci compagnia in questo momento intimo. Io, lei, Roma.
mercoledì 9 ottobre 2013
A luce accesa
Amarcord e trovare CD antichi mentre qualcuno al piano di sopra ascolta musica nuova.
Fermarsi un attimo a guardarli, fotografarli di fretta, spedirli grazie a quel malefico mezzo che è whatsapp e continuare respirare come se niente fosse.
Amarcord è rimanere a casa una mercoledì sera, a discapito di tutti i programmi per la notte, prendere un libro e metter su uno di quei CD di un inconfondibile "noi" preistorico.
Ascoltare una, due, tre canzoni, e smettere di capire le parole scritte. Ché la vita ti passa davanti, veloce come un film sfocato. Ché sono passati 5 o forse 6 anni, dal giorno in cui ho aperto questo blog, dal giorno in cui ho deciso che ciò che avevo, bello per come fosse, perfetto per quello che era, non era ciò che avrei voluto avere per un "per sempre" che sembrava scontato.
Resta che mai più ho avuto quello che avevo, quella sensazione di stare sempre seduta su un divano pieno di cuscini colorati, con le gambe piegate accanto al corpo, e la testa poggiata sul pugno chiuso.Che poi dopo un poco la mano si addormenta, però, e tieni duro fin quando proprio devi cambiare posizione. Per forza. Che io ferma, lo sappiamo, proprio non ci so stare.
E ora, con il libro chiuso, quando manca poco a un giorno nuovo e, probabilmente, a una nuova notte insonne, vedo un cappuccino enorme in un non meglio identificato aeroporto londinese, uno sguardo basso davanti a una finestra di una villetta poco dentro il GRA, ore in macchina fatte di voci stonate che miglioravano mese dopo mese e duetti improbabili, piogge nei fumetti e cacciavite enormi, musiche come sottofondo di vite di ieri, cene in una cucina sul balcone, baci brillanti e statue di gesso.
Ho gli occhi verdi e stacco le pellicine del labbro inferiore con i denti, e tu sai che significa.
Cambio canzone, e riapro il libro.
Il fantasma del passato è andato via.
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